C’era a bordo un tipo, un irlandese-americano, che assomigliava in tutto e per tutto ad uno di quei mendicanti delle stampe di Callot; un occhio solo, ed ampie, profonde zampe di gallina intorno alle orbite; il naso, grosso e bitorzoluto, che gli ricadeva sui baffi; un incredibile cappello, una camicia che era stata bianca un tempo lontano, un cappotto di alpaca con le maniche logore e - non esagero - i pantaloni senza bottoni. Ma anche in questi stracci, quell’uomo emanava tutt’intorno, come un gioiello falso, il luccichio della propria impudenza; l’ho sentito io stesso offrire un posto di lavoro ad uno dei suoi compagni di viaggio, come fosse stato un gran signore. Niente avrebbe potuto abbattere un tipo come quello; aveva scritto in fronte una sorta di infimo successo. Quelli erano giorni neri per lui, ma mi sembra di vederlo, nel Congresso, che si riempie la bocca di sproloqui e di prosopopea. Dato che ci muovevamo nelle stesse zone, non potei fare a meno di imbattermi nella sua compagnia. Non credo di averlo mai sentito dire qualcosa che fosse sincero, o gentile, o interessante; ma il suo modo di fare dava spettacolo. Lo si sarebbe potuto definire uno zoticone del genere di Tigg l’Irlandese*.


*Tigg Montague, personaggio del Martin Chuzzlewit di C. Dickens. E’ un impostore che diventa ricco grazie a una compagnia di assicurazioni fasulla , The Anglo-Bengalese Company

R.L. Stevenson - Emigrante per diletto

Note